Renato Minore

Renato Minore

Per anni ho seguito il Premio Teramo da “spettatore”.
Incontravo i giurati, Giacomo Debenedetti che era poi anche mio professore all’Università, il caro Luigi Baldacci, l’indimenticabile Diego Valeri con cui passai un intero pomeriggio a parlare di poesia.

Inevitabile l’amarcord: ma forzando i limiti della commozione (gli inizi letterari di ognuno di noi ne sono intinti e i miei inizi si legano anche alla bella giornata che ogni anno si viveva a Teramo), mi sembra che il “Teramo” fosse un’ottima occasione di incontro, di dibattito. C’erano scrittori che poi sarebbero diventati famosi, scrittori già famosi e scrittori meteore (anch’essi un non sottovalutabile aspetto del premio che andrebbe analizzato attentamente). C’era il rito (inevitabile) della premiazione, dei discorsi anche ufficiali, ma circolava anche tanta bella intelligenza profusa nei testi (dei quali si sentiva in sala qualche estratto) e fuori dei testi, nelle discussioni tra giurati di cui giungeva eco nelle dense motivazioni finali. Lo spettatore si sentiva un po’ dentro, un po’ partecipe: e veniva spronato a partecipare (il che anch’io feci qualche anno più tardi ottenendo l’alloro sospirato).

Ora mi capita di essere giurato, un grande onore. L’esperienza è più che positiva. Discussioni lunghe, analitiche dei testi. E soprattutto il piacere di toccare una creatività sommersa, la responsabilità di scegliere, di valutare, il rischio (inevitabile) di ferire. Una sensazione, soprattutto: il senso di vanità verso ogni discorso (più o meno terroristico, più o meno moralistico) circa la presunta inutilità dei premi letterari. C’è tutta una circolazione letteraria (gente che scrive, gente che chiede di essere più dentro la letteratura, gente che vuole conoscere i letterati, fisicamente prima che leggerli) che un’istituzione come un premio bene o male permette. Certo, serve un blasone, una serietà di intenti, una comunità generosa che lo promuove: nel caso del “Teramo” ci sono. E c’è anche (non è soltanto un mio auspicio) la volontà di andare avanti, di non vivere unicamente di ricordi, di spezzare gli aspetti più rituali e convenzionali, di far circolare davvero, insieme ai testi nelle forme più proprie, anche la bella idea che Teramo da anni propone (in modo discerto ma assai incisivo) alla ribalta delle cose letterarie del nostro Paese.

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